Tracce

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Alla fine doveva pur succedere.

Che dopo un prolungato periodo di ingiustificata latitanza dalla montagna, rispolverassi sci e pelli di foca per una delle divertenti e classiche scialpinistiche nel centro Italia: Pizzo di Sevo, quota 2419 mt s.l.m., la prima delle vette della catena dei Monti della Laga, nel cuore dell’Appennino.
Catturato da una stimolante locandina, inviatami da Fortunato Demofonte, capo-gita e infaticabile socio del CAI di Amatrice, del quale fa parte anche il sottoscitto dal lontano (?) 1996, decido di affrontare l’impresa, non scevro da dubbi riguardanti il penoso stato di allenamento in cui verso, almeno per quanto riguarda la pratica di questa disciplina, affascinante e al contempo severa ed impegnativa.
Per un problema idrico all’impianto di casa di Amatrice, sono costretto a partire da Roma direttamente la domenica mattina, alle 6.15, mentre il sole appare furtivo da dietro il Monte Gennaro, tra brume e foschie che facevano presagire peggioramenti meteorologici di li a poco. Una Salaria deserta, lungo nastro di catrame, era l’unica compagnia. Verso Antrodoco il cielo si apre improvviso ed inatteso, sotto i raggi di un sole appena salito dal profilo dei monti. I colori si fanno intensi e al mio arrivo ad Amatrice mi attende una giornata radiosa ed un folto gruppo di partecipanti, suddivisi tra coloro che calzeranno le ciaspole e noi, “masochisti” con gli sci, alla ricerca di sudori e fatiche.
Veloce colazione di rinforzo, poi via, verso Macchie Piane, il vasto prato adagiato a mezza costa su Pizzo di Sevo; un enorme triangolo di erba che da quando ero bimbo e trascorrevo le mie estati a S.Giorgio, solleticava con la sua strana forma le mie fantasie di esploratore di luoghi e scalatore di pendii.
Ecco allora questo trenino di vetture, tra vecchie jeep che svolgono in piena regola il loro mestiere e moderne utilitarie, che si snoda per valli, fossi ed altopiani, alla ricerca del cielo e della cima. Una volta parcheggiati alla meno peggio sul ciglio della stradina a 1400 metri di altitudine, inizia uno dei più bei rituali del popolo della montagna: la vestizione e il chiacchiericcio da inizio gita; è tutto uno sferragliare di attrezzi, attacchi, sci, scarponi, zip che si aprono e chiudono, condito da battute salaci e ardite su questo o quest’altro personaggio.
Regna sovrana quella eccitazione puerile che in pochi sanno apprezzare; sarà la quota, oppure questa sottile follia che ci unisce in queste imprese del tutto personali ed introspettive del salir per monti.
Poi il gruppo parte, all’improvviso cala il silenzio e inizia il rumore periodico dello scivolamento delle pelli sulla neve, quell’inconfondibile ronzio sommesso interrotto dal colpetto sordo dello scarpone sull’alzatacco.

Imbocchiamo la stradina per Sette Fonti, attraversiamo un ruscello di scioglimento, costeggiamo una cascatina e ci raduniamo alla diga dell’Enel. Qui pieghiamo sulla sinistra e in breve siamo sui grandi pianori di Sette Fonti, crinale nord della montagna. Grandi spazi, lo sguardo indugia sul Monte Vettore e sulla grande conca amatriciana; in lontananza il Terminillo scintilla nel mattino. Potremo essere nell’Ontario, o sulla Cordigliera delle Ande, la natura domina ed abbaglia, ferma il respiro, spersonalizza. Siamo circondati da cespugli di rosa canina colmi di bacche rosse e mature. I primi germogli della primavera sbucano dal manto nevoso perfetto e liscio. Attraversiamo in diagonale un prato sconfinato, a destra in alto la vetta. Sembra lontanissima. Dopo aver attraversato un boschetto pieghiamo sulla destra, la lunga direttrice che ci porterà in cima. Le abbondanti nevicate dell’inverno hanno colmato i fossi e le rughe di Pizzodisevo. Questo bianco pavimento scricchiola sotto le spinte dei nostri sci. Ora mi è chiaro il senso dei Monti Naviganti, dell’arcipelago appenninico che solca i mari e che traccia la sua rotta nel cuore del Mediterraneo; risento nelle orecchie le frasi raccontate da Paolo Rumiz nel suo libro “La leggenda dei Monti Naviganti”. Sulla cima del Vettore ora c’è la schiuma delle correnti, la bruma dei contrasti delle termiche, o è il profilo della nave che taglia il blu fluido del cielo. La fatica inizia a farsi sentire; le gambe si induriscono e perdono spinta. Sposto il motore nella braccia, uso i laccioli dei bastoncini per aumentare il rendimento. Progrediamo in direzione del sole, che rende lucido il crinale. Sembra di essere nella stratosfera, forse stiamo atterrando sulla luna. Il sudore e la fatica mi riportano sulla terra. Sfiliamo lungo dei seracchi, cumuli di neve riportata dagli intensi venti invernali. Io, Fortunato e Virginio, ci spostiamo ancora un po’ a sinistra superando una gobbetta che mi strappa via gli ultimi aliti di energia. Mentre mi destreggio per montare i rampant sotto gli attacchi mi cade lo zaino, che rotola giù di una decina di metri. Risalgo a denti stretti, ma sto bene… E’ solo fatica e intorno è bellissimo. Il versante teramano della Laga mi appare d’improvviso, lacerando il bianco uniforme che ci circonda. Fiocchi di nuvole sono lì sospesi, in un impalpabile eterno. Con le ultime forze, passo dopo passo, raggiungo la vetta, preannunciata già da tempo dal profilo della croce innevata che si staglia nel blu cosmico. Gli altri sono già arrivati, si alza un filo di brezza gelida. La mia anima ride, trema; i pensieri si aggrovigliano, gli occhi non sanno più dove guardare, alla scoperta di un panorama che taglia il fiato.

Pensavo di non farcela, invece sono lì insieme agli altri. Mi offrono del te caldo, riposiamo, recuperiamo un po’ di energia, le foto di rito davanti alla scultura di neve della croce. Poi intabbarrati nelle giacche antivento, con gli scarponi stretti come morse sulla caviglie, ci gettiamo per il pendio. La neve è ventata ma non ghiacciata; in alcuni tratti si affonda un po’, ma con un minimo di agilità se ne viene fuori. Ma è presto per cantar vittoria: appena una manciata di curve e sono a secco di energie; la fatica spesa per la salita in condizioni fisiche non ottimali mi obbliga ad una discesa attenta e penosa, tra giramenti di testa e nausea. Gli altri corrono, svolazzanti sull’invitante pendio; io sono costretto a scivolare cauto, dosando ogni sforzo. Arrivo esausto, percorrendo a malapena a ritroso il sentiero di discesa da Sette Fonti. Finisce così, con me accasciato dentro una macchina a far scemare la stanchezza e il resto del gruppo che si abbandona ad ogni tipo di libagione: dal brindisi con bottiglione Magnum, ai fagioli e salsicce preparati da Franco in una cucina improvvisata, ma efficientissima, con fornello da campeggio e pentolone. Lentamente tornano le forze e la lucidità. Intraprendo il viaggio di ritorno verso Roma in un tramonto surreale, non prima di essermi fermato al lago Scandarello per un saluto a Mariachiara e Massimiliano e qualche foto in più. Mentre guido, lungo la Salaria, scorrono tra le mie sinapsi le immagini dell’esperienza appena vissuta. La fatica e le fastidiose sensazioni svaniscono, restano le visioni del bianco abbacinante, della condivisione dell’avventura con i miei compagni di viaggio, che ringrazio, tutti, per avermi fatto vivere questa giornata. Alla prossima…

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Gianluca Gandini

About Gianluca Gandini

Ingegnere elettronico. Da quattordici anni web designer / developer, Art Director, fotografo e grafico redazionale. Di chiare ascendenze amatriciane, è socio CAI della Sezione dal 1996. Trekker e arrampicatore, i Monti della Laga sono stati palestra di allenamento e di vita.

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